Biennale 2013: Pawel Althamer

Pawel Althamer Biennale 2013Nato nel 1967 a Varsavia, Polonia, Pawel Althamer ha portato alle Corderie dell’Arsenale una delle installazioni maggiormente suggestive di questa edizione. Per lui, noi tutti, siamo un equipaggio, e il nostro pianeta è una navicella spaziale.

Alla Biennale 2013 l’artista ha quindi portato corpi alieni, dei quali ognuno può dare diverse interpretazioni, e magari, una di queste interpretazioni può essere che questo è il ritratto di parte dell’equipaggio.

Il messaggio dell’opera è: apri te stesso.

La mia maschera – dichiara nell’intervista rilasciata alla Biennale – non è qui, sto cercando me stesso nello spazio. Sono arrivato con i miei amici ed il mio team; i veneziani ci hanno donato le loro maschere, il calco dei loro volti. Si sono fidati di noi e di un progetto che non conoscevano precisamente. Una sorta di lavoro comune, del tipo: chi è pronto per giocare insieme?

Come un gioco inaspettato, o parzialmente inaspettato perché possono vedere quello che è stato fatto prima. Alla fine possiamo chiamarlo un autoritratto, un autoritratto comune. Una tradizione molto antica, in un certo senso, no?

Il passo successivo, seguendo gli scultori tradizionali, è stato quello di dare forma al corpo, usando materiali che facevano parte della produzione di mio padre, ovvero plastiche industriali, poi pensando alle prime maschere da presentare, ci è venuto in mente di avere già lo stampo di Maurizio Cattelan, da un precedente lavoro. Bene, ho detto, allora iniziamo con un volto che già abbiamo, è un italiano, un artista e l’ho rappresentato mentre sta plasmando la materia.

Invece, il mio amico Raphael Kalinowski, di Varsavia, è così ossessionato dal volo, che ho deciso di renderlo un pilota. Un astronauta in questa costellazione di ritratti, che sta visualizzando come può essere importante e semplice il messaggio che comunica il corpo, e com’è antica la tradizione di esprimere la spiritualità attraverso le sculture e i disegni raffiguranti il corpo. Io penso che per prima cosa ho un corpo e voglio fare esperienza del mio corpo, seguendo la tradizione greca, che si basa su un principio molto bello e preciso: il corpo può essere la chiave del mondo spirituale. È come una miniera, una grande miniera dove tutti stanno scavando e cercando qualcosa, e la ragione per cui io scavo nel corpo è perché penso che l’anima sia dentro il mio corpo.

Non puoi volare se non sei pronto per farlo, perché il volo è un’espressione spirituale, non fisica. Loro stanno ancora volando anche se sono immobilizzare in queste posizioni. Noi abbiamo cercato di rappresentare una gestualità misurata e non sovradimensionata. Quindi li rappresentiamo non mentre danzano o giocano, ma mentre sono.

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